La Rocca – n. 133

Rubrica quindicinale tenuta dal presidente Luigi Girlanda sul giornale free press 15giorni distribuito a Gubbio. La Rocca è una fortezza situata in cima al monte Ingino ed è stata per secoli il baluardo di difesa della città dall’assedio dei nemici. Anche oggi bisogna arroccarsi e combattere in difesa della vera fede. La rubrica vuole essere un piccolo contributo in questa battaglia decisiva.


IL GIORNO IN CUI TUTTO CAMBIÒ

 

Il mondo da sempre odia la Pasqua cristiana. Se il Natale è infatti tollerato e tutto sommato accolto anche dalla mentalità laicista – in fondo un bambino che nasce suscita tenerezza e amore e non certo scandalo e disprezzo – non così per il mistero della Pasqua. In effetti, davanti al sepolcro vuoto di Gesù Cristo non sono possibili che due atteggiamenti antitetici: o l’accoglienza di un fatto straordinario che coinvolge il senso della vita di ciascuno di noi o il rifiuto sdegnato e scandalizzato di chi pensa che si tratti del più grande inganno perpetrato nella storia dell’umanità. Non a caso, i giudei nemici di Gesù, quando i soldati vennero a riferire quanto accaduto alla tomba del Nazareno, tentarono subito di correre ai ripari con un ennesimo inganno. I capi dei sacerdoti – annota l’evangelista Matteo – diedero una buona somma di denaro ai soldati dicendo: «Dite così: “I suoi discepoli sono venuti di notte e l’hanno rubato, mentre noi dormivamo”» (cfr. Mt. 28, 12-13). Non è che il primo, ridicolo tentativo di negare la verità del fatto storico della Risurrezione. Ridicolo e illogico: se i soldati dormivano, come hanno fatto a vedere che il corpo è stato rubato e a sapere che il furto è stato commesso dai discepoli? I nemici di Gesù erano disposti a tutto: avevano infatti capito che da quel giorno nulla sarebbe più stato come prima.   

 


LA PROVA DELLA RISURREZIONE

Forse la prova più inconfutabile della realtà storica della risurrezione di Cristo ce la forniscono la logica e lo studio della psicologia dei discepoli di Gesù. In effetti, dopo la catastrofe del venerdì santo, i seguaci del Nazareno se ne stanno impauriti rinchiusi nel cenacolo. Improvvisamente, però, accade qualcosa che li spinge non solo a uscire dal buco dove si erano rintanati, ma addirittura a proclamare in pubblico che il crocifisso Gesù è alla pari con Jahvè, il Dio adorato dagli ebrei come l’Unico, l’Indicibile, l’Irrappresentabile. Non solo, per annunciare questa dottrina scandalosa sfidano anche il martirio più atroce. Cosa è accaduto tra la pavidità imbarazzante dei giorni precedenti e il coraggio eroico che da quella mattina li rende capaci – usque ad effusionem sanguinis – di sfidare il Sinedrio e perfino l’Impero romano, conquistando alla loro fede il mondo intero? Scrive Vittorio Messori: “È quello che la fede – con molta più logica e coerenza di ogni altra ipotesi demitizzatrice – scorge nel ritorno reale, irrefutabile di un uomo del quale si era constata la morte, che si era deposto nel sepolcro e vince, con quella sua presenza, ogni istintivo moto di rifiuto, di negazione di una realtà tanto contraria alle attese. Un ex morto che mangia e che beve e che, al contempo, può raggiungere i suoi anche se le porte di casa sono sprangate”.



LA BELLA “INCOERENZA” DI TORTORA

La ragione del rifiuto e dell’avversione del mondo moderno alla risurrezione di Cristo è motivata forse anche dalle domande scomode a cui quell’evento necessariamente ci costringe. Se Cristo è risorto, infatti, la morte non è la fine di tutto. La nostra vita non si esaurisce su questa terra, ma sarà giudicata dal Dio di Gesù Cristo. Non il nulla rassicurante ci attende dopo questa vita, ma il tribunale che non conosce appello. Forse proprio per questo molti tenaci negatori, persecutori o avversari della fede cattolica, sul letto di morte hanno avuto un moto di ripensamento e hanno finito per riconciliarsi con l’unico vero Dio. La storia ne conosce infiniti esempi. Ma anche la nostra cronaca nazionale. Enzo Tortora, il noto giornalista che subì un’indegna persecuzione giudiziaria, scrisse parole durissime sulla morte “incoerente” del pittore Renato Guttuso (ateo comunista che finì convertito al cattolicesimo). Tortora, da esponente del Partito Radicale, diceva che era più probabile che il Papa morisse leggendo Voltaire che non lui convertendosi alla religione. Era ancora in salute, però. Poco più di un anno dopo, per sua espressa e lucida volontà, la sua salma era portata in quella chiesa-simbolo che è Sant’Ambrogio di Milano per la messa funebre e per tutto quanto prevedono le esequie di un cattolico praticante. Grazie a Dio scelse la Verità e non la coerenza.

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