Il pensiero pericoloso di Renato Cartesio

Riportiamo uno dei contributi del presidente Luigi Girlanda al Dizionario elementare del pensiero pericoloso edito dall’Istituto di Apologetica (a cura di Gianpaolo Barra, Mario A. Innaccone e Marco Respinti). Le varie voci del Dizionario sono articolate in modo da riportare notizie biografiche sull’autore esaminato, alcune affermazioni centrali del suo pensiero e le risposte cattoliche per evidenziarne gli errori e la pericolosità. È possibile acquistare il Dizionario direttamente dal sito del Timone.

di Luigi Girlanda

René Descartes (1596-1650), latinizzato in Renatus Cartesius e italianizzato in (Renato) Cartesio, nasce a La Haye, in Francia. Rimane orfano della madre a solo un anno; il padre si risposa avendo altri due figli. Viene educato nel collegio dei gesuiti di La Flèche, dove entra nel 1607. Nel 1618, si arruola volontario nell’esercito del principe protestante Maurizio di Orange-Nassau (1567-1625), Statolder (governatore) della repubblica delle Sette Province Unite (come allora si chiamavano i Paesi Bassi) nella fase conclusiva della Guerra dei Trent’anni (1618-1648). Qualche tempo dopo, si arruola di nuovo in un esercito, questa volta quello di Massimiliano I Wittelsbach detto Il Grande (1573-1651), elettore imperiale e duca di Baviera, cattolico, che nel 1620 stringe d’assedio Praga e ne fa fuggire Federico I re di Boemia ed elettore imperiale (1596-1632), protestante. Con la figlia di quest’ultimo, la principessa Elisabetta di Boemia (1618-1680), pure protestante, Cartesio intrattiene un intenso rapporto epistolare di natura filosofica negli ultimi sette anni della propria vita. Nel 1623 giunge in Italia, dove non riesce però a realizzare il desiderio d’incontrare Galileo Galilei (1564-1642). Rientra quindi in Francia per stabilirsi, qualche anno dopo, nel 1628, nelle Province Unite. Secondo alcuni biografi, sembra che sia stato costretto a lasciare la patria per le accuse che, sin dal 1623 e poi ancora dal 1629, lo indicano come affiliato al leggendario ordine ermetico dei Rosacroce.

A partire dal 1630 inizia a lavorare a una grande opera, finalizzata all’esposizione dei risultati delle proprie ricerche nel campo della filosofia naturale, nella quale sostiene la teoria copernicana. La notizia del processo a Galilei lo spinge però a non pubblicare l’opera. Grazie al successo dei suoi scritti, Cartesio si afferma come uno degli intellettuali più celebri d’Europa, specialmente come matematico. Si dedica quindi alla stesura di un’opera che possa rappresentare la summa del proprio pensiero e che fa circolare tra un gruppo ristretto di lettori per averne commenti e critiche. Questo testo, che assieme al Discorso sul metodo, del 1637, rappresenta il maggior contributo filosofico cartesiano, viene pubblicato in latino nel 1641 con il titolo Meditationes de prima philosophia (dell’anno successivo è la seconda edizione ampliata), poi tradotto in francese, con revisione dell’autore, nel 1647 come Meditazioni metafisiche. Nello stesso anno gli è riconosciuta una pensione e Cartesio, in una lettera alla principessa Elisabetta di Boemia, confida che, nonostante da bambino i medici gli avessero pronosticato una morte in giovane età, nutre buone speranze di diventare centenario. A vanificare questo proposito interviene però, ironia della sorte, un’altra sovrana. La regina Cristina di Svezia (1626-1689), convertitasi al cattolicesimo dal protestantesimo, sua ammiratrice, lo invita infatti a corte per poter ascoltare alcune lezioni, che però- dati gli impegni di governo – può seguire solo tra le cinque e le sei del mattino, costringendo il filosofo a uscire di casa nel freddo della notte del rigido inverno svedese. Dopo nemmeno un anno di questa vita, Cartesio, che raramente si era mai alzato prima di mezzogiorno, si ammala di polmonite e muore a Stoccolma.

Altre sue opere filosofiche importanti sono i Principia philosophiae del 1644 e il Trattato delle passioni del 1649.

Ha detto:

«Già da qualche tempo, ed anzi fin dai miei primi anni, mi sono accorto di quante falsità ho considerato come vere, e quanto siano dubbie tutte le conclusioni che poi ho desunto da queste basi; ho compreso dunque che almeno una volta nella vita tutte queste convinzioni devono essere sovvertite, e di nuovo si deve ricominciare fin dai primi fondamenti, se mai io desideri fissare qualcosa che sia saldo e duraturo nelle scienze. Questa tuttavia sembrava essere un’opera assai impegnativa, ed aspettavo dunque un’età che fosse cosi matura da non doverne aspettare un’altra più adatta per impadronirsi di tali discipline. E perciò ho atteso tanto da essere poi in colpa se, quel tempo che rimane per agire, lo consumassi nel prendere decisioni. E perciò opportunamente oggi ho liberato la mente da tutte le preoccupazioni, mi sono procurato una quiete totale, me ne sto solo, e quindi avrò tempo di distruggere totalmente, con serietà e libertà, tutte le mie antiche opinioni»

Meditazioni metafisiche, trad. it., a cura di Antonella Lignani ed Eros Lunani, Armando Editore, Roma 2003, p. 43.

«Suppongo dunque che tutto quello che vedo sia falso; credo che non sia mai esistita nulla di quelle cose che una fallace memoria mi ripropone; non ho assolutamente nessuno dei sensi; il corpo, la figura, l’estensione, il moto, il luogo, lo spazio sono delle pure chimere. Quale sarà dunque la verità? Forse questo solo, che non vi è nulla di certo. […] Forse dunque almeno io sono qualcosa? Ma già ho negato di avere dei sensi, un corpo. Tuttavia rimango invischiato in questi dubbi. Che deriva infatti da ciò? Sono dunque cosi legato al corpo e ai sensi, da non poter esistere senza di essi? Ma mi sono convinto che non c’è assolutamente niente al mondo, che non c’è il cielo, che non c’è la terra, che non ci sono spiriti, che non ci sono corpi. Non è forse vero quindi che anche io non esisto? Eppure certamente io esistevo, se ho avuto qualche persuasione. Ma vi è un non so quale ingannatore, sommamente potente, sommamente astuto, che di proposito mi inganna sempre. Senza dubbio dunque anche io sono, se mi inganna; e mi inganni pure quanto può, tuttavia non farà mai in modo che io sia nulla, mentre penso di essere qualcosa. Cosicché, dopo aver vagliato in maniera accuratissima tutti gli aspetti del problema, alla fine bisogna ritenere valido questo: la proposizione “lo sono, io esisto”, ogni qual volta viene da me espressa o anche solo concepita con la mente, necessariamente è vera»

Meditazioni metafisiche, trad. it., a cura di Antonella Lignani ed Eros Lunani, Armando Editore, Roma 2003, pp. 55-56.

«Quella stessa affermazione che poc’anzi ho assunto come regola, cioè che son vere tutte le cose che concepiamo in modo del tutto chiaro e distinto, è certa solo in quanto Dio è o esiste ed è un essere perfetto e tutto quanto è in noi viene da lui. Ne consegue che le nostre idee o nozioni, essendo cose reali e provenienti da Dio, in tutto quello che hanno di chiaro e distinto non possono essere che vere. […] La ragione, infatti, […] ci suggerisce che tutte le nostre idee o nozioni debbono avere qualche fondamento di verità, poiché non potrebbe essere che Dio, che è assolutamente perfetto e veridico, le abbia poste nella nostra mente senza che fossero vere»

Discorso sul metodo, in Opere scientifiche, a cura di Ettore Lojacono, UTET, Torino 1983, 2 voll., vol. 2, pp. 147-148.

Risposte nella prospettiva cattolica

Comprendere la “pericolosità” del pensiero di Cartesio in una prospettiva cattolica è particolarmente difficile, in quanto l’autore, che si riteneva cattolico, afferma dopo un lungo procedimento dimostrativo l’esistenza di Dio e gli riconosce alcuni attributi (infinitudine, bontà, perfezione, verità) propri della tradizione cristiana. Inoltre, Cartesio non è uno scettico (nonostante il dubbio metodico esercitato come premessa del suo filosofare) e riconosce validità ed esistenza a tutte le grandi realtà oggetto della riflessione filosofica: Dio, anima e mondo. II vero pericolo è rappresentato piuttosto dal radicale cambio di prospettiva della filosofia moderna, di cui Cartesio è unanimemente riconosciuto come padre fondatore, e dalle conseguenze negative che tale rovesciamento porta necessariamente con sé. «Non è esagerato affermare che buona parte del pensiero filosofico moderno – scrive Papa san Giovanni Paolo ll (1920-2005) – si è sviluppato allontanandosi progressivamente dalla Rivelazione cristiana, fino a raggiungere contrapposizioni esplicite» (Enciclica Fides et ratio, del 1998, n. 46). Cercheremo quindi, alla luce dei testi che abbiamo riportato, di esporre alcune considerazioni critiche che aiutino a scorgere nella filosofia cartesiana i germi dissolutori di tutto il pensiero classico e cristiano. Premettiamo subito che la rivoluzione moderna consiste nell’aver sostituito al primato dell’essere (di cui la filosofia di san Tommaso d’Aquino [1225-1274] è vertice sommo) il primato del soggetto. «È cosi accaduto che, invece di esprimere al meglio la tensione verso la verità, la ragione […] si è curvata su se stessa diventando, giorno dopo giorno, incapace di sollevare lo sguardo verso l’alto per osare di raggiungere la verità dell’essere. La filosofia moderna, dimenticando di orientare la sua indagine sull’essere, ha concentrato la propria ricerca sulla conoscenza umana. Invece di far leva sulla capacità che l’uomo ha di conoscere la verità, ha preferito sottolinearne i limiti e i condizionamenti» (Fides et ratio, cit., n. 5).

Cartesio inizia la sua filosofia con un intento chiaramente espresso: distruggere tutte le convinzioni e le opinioni acquisite nel corso dei suoi studi giovanili. Le novità della scienza moderna, che sembravano abbattere convinzioni secolari fondate sull’esperienza sensibile (come ad esempio il movimento del sole, negato dalla teoria copernicana), cosi come l’influsso della tradizione antimetafisica derivante dal frate francescano inglese Guglielmo di Occam (1285-1347), con la radicale separazione tra ragione e fede, spinsero Cartesio a una radicale messa in discussione di tutto il sapere tradizionale. Da qui la nascita del “dubbio cartesiano” come punto di partenza per un nuovo sapere, alla ricerca di un solido fondamento per la scienza. Già da questa sfiducia nei confronti del sapere tradizionale, si può intravedere la china pericolosa che il pensiero cartesiano ha imboccato fin dall’inizio. In effetti, la Chiesa insegna da sempre che, sebbene non tutto il sapere classico possa essere in linea con la dottrina rivelata, esistono comunque negli autori antichi – primo fra tutti il greco Aristotele (384/383a.C.-322a.C.) – dei principi universali eternamente validi. Scrive papa Paolo VI (1897-1978): «Mentre, infatti, Aristotele e altri filosofi erano e sono accettabili salvo le necessarie correzioni particolari – per l’universalità dei loro principii, il loro rispetto della realtà oggettiva e il loro riconoscimento di un Dio distinto dal mondo, non altrettanto si può dire di ogni filosofia o concezione scientifica, i cui principi fondamentali siano inconciliabili con la fede religiosa, vuoi per il monismo su cui si basano, vuoi per la loro chiusura ala trascendenza, o il loro soggettivismo o agnosticismo. Purtroppo non pochi sistemi moderni si trovano in questa posizione di irriducibilità radicale alla fede cristiana e alla teologia» (Lettera apostolica Lumen Ecclesiæ, del 1974, n. 18).

Cartesio è considerato uno dei maggiori esponenti del razionalismo, ovvero di quella corrente di pensiero, opposta all’empirismo, che considera la conoscenza umana fondata non sull’esperienza sensibile, ma su ciò che la ragione da se stessa riconosce come valido. Cartesio dice espressamente di non considerare come valida nessuna conoscenza attestata dai sensi, nemmeno quella dei corpi sensibili. Tutto quello che vediamo ogni giorno potrebbe essere destituito di ogni verità. La realtà sensibile potrebbe essere pura illusione. Il mondo potrebbe non esistere. Il nuovo sapere non potrà così fondarsi sull’essere, ma dovrà trovare un fondamento diverso e incrollabile. Cartesio giunge cosi ad affermare che l’unica realtà indubitabile è il pensiero. Potremmo ingannarci su tutto, perfino sull’esistenza del nostro corpo, ma non potremmo mai mettere in dubbio che il pensiero, che potrebbe ingannarsi su tutto, esiste. L’inganno presuppone infatti l’esistenza di “qualcosa” che si inganna. «Cogito ergo sum res cogitans»: ecco il famoso principio cartesiano che dà origine alla filosofia moderna. Penso, dunque sono un “qual cosa” che pensa. Il pensiero esiste indubitabilmente. In questo principio, che Cartesio ammanta di una scrupolosità profonda, ma che in realtà avrebbe fatto sorridere Aristotele e san Tommaso D’Aquino, c’è già tutta la rivoluzione filosofica moderna. È l’abbattimento del “realismo” filosofico, cioè la certezza che la realtà esiste indipendentemente dal pensiero e che la ragione umana, nella conoscenza, deve adeguarsi alla realtà come è configurata. Tutta la filosofia classica e tomista definisce la verità come «adæquatio rei et intellectus», cioè “adeguamento dell’intelletto alla realtà”. In Cartesio, questo principio fondamentale salta. La verità si trasforma in “certezza”. È “vero” solo ciò di cui il soggetto è “certo” indubitabilmente (da qui il soggettivismo moderno). Si attua cosi il radicale passaggio dalla filosofia dell’essere a quella dell’apparire: la realtà e il vero sono quelli che appaiono al soggetto e sono da lui riconosciuti come validi e indubitabili. Per capire bene questo passaggio cruciale e intuirne la pericolosità può tornare utile sottolineare, attraverso il Magistero della Chiesa, la differenza radicale con il realismo tomista. Papa Pio XI (1857-1939) affermava: «È nella Tomistica, per cosi dire, un certo Vangelo naturale, un fondamento incomparabilmente solido per tutte le costruzioni scientifiche, perché la caratteristica del Tomismo è quella di essere anzitutto oggettivo: le sue non sono costruzioni o elevazioni dello spirito semplicemente astratte, ma sono le costruzioni dello spirito che seguono l’invito reale delle cose […]. Non verrà mai meno il valore della dottrina tomistica, perché bisognerebbe che venisse meno il valore delle cose» (Discorsi di Pio XI, vol. I, Torino 1960, pp. 668-669, cit. in Lumen ecclesiæ, n. 15). E papa san Giovanni Paolo II (1920-2005) sottolinea che «san Tommaso amò in maniera disinteressata la verità. […] In lui, il Magistero della Chiesa ha visto ed apprezzato la passione per la verità; il suo pensiero, proprio perché si mantenne sempre nell’orizzonte della verità universale, oggettiva e trascendente, raggiunse “vette che l’intelligenza umana non avrebbe mai potuto pensare”. Con ragione, quindi, egli può essere definito “apostolo della verità”. Proprio perché alla verità mirava senza riserve, nel suo realismo egli seppe riconoscerne l’oggettività. La sua è veramente la filosofia dell’essere e non del semplice apparire» (Fides et ratio, cit., n. 44).

In Cartesio il soggettivismo e il primato del pensiero non approdano alla negazione dell’essere esterno al pensiero. Attraverso un processo dimostrativo, la filosofia cartesiana riconosce sia l’esistenza di Dio sia quella della realtà materiale esterna al soggetto. Non possiamo però non sottolineare la pericolosa “riduzione” che mCartesio fa di Dio come semplice “garante” della corrispondenza fra pensiero e realtà. Dio esiste, è il creatore del mondo, è perfetto e non può ingannare. Cartesio utilizza questi attributi per fare di Dio il “garante” che tra pensiero e realtà esiste una corrispondenza, ma solo se la realtà è concepita in termini meccanicistici e matematici. Il filosofo francese anticartesiano Blaise Pascal (1623-1662), uno dei pochi pensatori moderni che, con la sua fede cristiana, intuì la china pericolosa che il pensiero moderno aveva preso, scriverà: «Non posso perdonarla a Cartesio, il quale in tutta la sua filosofia avrebbe voluto poter fare a meno di Dio, ma non ha potuto evitare di fargli dare un colpetto al mondo per metterlo in moto; dopodiché non sa più che farne di Dio» (Pensieri, a cura di Paolo Serini [1899-1965], Einaudi, Torino 1962, n. 77).

Per saperne di più

Per una panoramica critica del pensiero filosofico alla luce della dottrina cattolica, rimandiamo a “Il viaggio dei filosofi” del nostro sito.

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