Il pensiero pericoloso di Auguste Comte

Riportiamo uno dei contributi del presidente Luigi Girlanda al Dizionario elementare del pensiero pericoloso edito dall’Istituto di Apologetica (a cura di Gianpaolo Barra, Mario A. Innaccone e Marco Respinti). Le varie voci del Dizionario sono articolate in modo da riportare notizie biografiche sull’autore esaminato, alcune affermazioni centrali del suo pensiero e le risposte cattoliche per evidenziarne gli errori e la pericolosità. È possibile acquistare il Dizionario direttamente dal sito del Timone.

di Luigi Girlanda

Auguste Comte, (nome completo Isidore Marie Auguste François Xavier Comte, 1798-1857), unanimemente considerato il caposcuola francese della corrente filosofica del positivismo, nasce a Montpellier, nel sud della Francia, il 19 gennaio 1798. Viene educato ai principi della religione cattolica fino ai quindici anni, quando riusce a entrare nella prestigiosa École Polytechnique, la scuola fondata durante la rivoluzione francese per formare i funzionari tecnici pubblici. Nel 1816, con la Restaurazione, la scuola è chiusa e Comte si lega a Saint-Simon (Claude-Henri de Rouvroy, conte di Saint-Simon, 1760-1825), filosofo fondatore del socialismo francese, di cui diviene segretario e da cui rimane profondamente influenzato, fino al 1824 quando il rapporto tra i due si interrompe in modo piuttosto burrascoso. Nel 1825 sposa Caroline Massin (1802-1877), una ex-prostituta che conosce qualche anno prima al Palazzo Reale e tenta senza successo di ottenere la cattedra di matematica all’École Polytechnique. Nel 1826 inizia, presso la sua abitazione, un corso di filosofia, subito sospeso per via di un disagio psicologico depressivo e di un crollo nervoso, dovuto ai continui tradimenti della moglie, che culmina in un disperato tentativo di suicidio (si getta nella Senna, ma è ripescato da una guardia reale). Superato questo momento, nel 1830 dà alle stampe il primo volume della sua opera maggiore, il Corso di filosofia positiva, di cui escono in seguito altri cinque volumi, fino al 1842. Quest’opera, se da una parte lo fa conoscere consacrandolo come caposcuola del positivismo, dall’altra gli attira le ostilità degli ambienti accademici, facendogli perdere il posto di ripetitore, faticosamente ottenuto nel 1833 presso l’École. Dal 1842, Comte vive grazie agli aiuti economici dei suoi discepoli. La sua situazione si fa sempre più grave fino a quando, nel 1845, dopo la separazione dalla moglie, ha un secondo grave crollo nervoso. Riesce a superare la crisi grazie all’incontro con Clotilde de Vaux (1815-1846), giovane sorella di un suo allievo, di cui si innamora profondamente. L’intensa relazione tra i due è però offuscata dal rifiuto al matrimonio di Clotilde perché malata di tubercolosi e bruscamente interrotta dalla morte di lei nel 1846. Queste vicende personali contribuiscono probabilmente a imprimere alla riflessione di Comte una caratterizzazione di tipo mistico religioso. La sua filosofia si trasforma in una religione che sostituisce il culto di Dio con quello dell’Umanità e la venerazione dei grandi scienziati a quella dei santi. Queste posizioni lo rendono inviso a molti suoi seguaci, anche se la sua predicazione, che diffonde in veste di pontefice e profeta del nuovo credo positivista, ha un certo successo in Francia, in Inghilterra e nelle Americhe (dove esistono ancora oggi templi positivisti). Muore a Parigi il 5 settembre 1857, all’età di 59 anni, a causa di un’emorragia interna, forse conseguente a un tumore allo stomaco.

Tra le sue opere principali ricordiamo: Piano di lavori scientifici necessari per riorganizzare la società (1822); Corso di filosofia positiva (6 volumi pubblicati tra il 1830 e il 1842); Sistema di politica positiva (4 volumi pubblicati tra il 1851 e il 1854); Catechismo positivista (1852); Calendario positivista (pubblicato postumo nel 1860).

Ha detto:

“Il carattere fondamentale della filosofia positiva è di considerare tutti i fenomeni come soggetti a leggi naturali invariabili: la loro scoperta e la loro riduzione al minor numero possibile costituiscono il fine di tutti i nostri sforzi, in quanto la ricerca di ciò che chiamiamo cause – siano esse cause prime o cause finali – deve essere considerata assolutamente inaccessibile e priva di senso per noi (…). Ciascuno sa, in effetti, che nelle nostre spiegazioni positive, anche le più perfette, non abbiamo affatto la pretesa di esporre le cause generatrici dei fenomeni (…), ma abbiamo soltanto la pretesa di analizzare con esattezza le circostanze della loro produzione”

(A. Comte, Corso di filosofia positiva, in Positivismo e società industriale, a cura di P. Rossi, Loescher, Torino 1973, vol. 1., pp. 155-156)

“Studiando così lo sviluppo totale dell’intelligenza umana in tutte le sue diverse sfere di attività (…) credo di aver scoperto una grande legge fondamentale, alla quale è soggetto per una necessità invariabile, e che mi sembra possa essere saldamente stabilita (…). La legge consiste in questo, che ogni nostra concezione principale, ogni branca delle nostre conoscenze, passa per tre stadi teorici diversi: lo stadio teologico o fittizio, lo stadio metafisico o astratto, lo stadio scientifico o positivo”

(A. Comte, Corso di filosofia positiva, a cura di A. Lunardon, La Scuola, Brescia 1974, pag. 9)

“Nello stadio teologico, lo spirito umano, mirando essenzialmente, mediante le ricerche, allo scoprimento dell’intima natura degli esseri, delle cause prime e ultime dei fenomeni che lo colpiscono, in una parola alle conoscenze assolute, si rappresenta i fenomeni come prodotti dall’azione diretta e continua di agenti sovrannaturali, più o meno numerosi, il cui intervento arbitrario spiega le apparenti anomalie dell’universo”

(A. Comte, Corso di filosofia positiva, a cura di A. Lunardon, La Scuola, Brescia 1974, pag. 10)

“Nello stadio positivo, lo spirito umano, riconoscendo l’impossibilità di avere delle nozioni assolute, rinuncia a indagare sull’origine e sul destino dell’universo, e a conoscere le intime cause dei fenomeni, per tentare di scoprire unicamente, mediante l’uso ben combinato della ragione e dell’esperienza, le loro leggi effettive, ossia le loro relazioni invariabili di somiglianza e di successione. La spiegazione dei fatti, ridotta allora in termini reali, altro non è che il legame stabilito tra i diversi fenomeni particolari e qualche fatto generale, il cui numero tende via via a diminuire in seguito al progresso della scienza”

(A. Comte, Corso di filosofia positiva, a cura di A. Lunardon, La Scuola, Brescia 1974, pp. 10-11)

“L’Umanità condensa direttamente i tre caratteri del positivismo (…). A questo solo vero Grande essere, di cui siamo consapevolmente i componenti necessari, si riferiranno ormai tutti gli aspetti della nostra esistenza individuale o collettiva – le nostre contemplazioni per conoscerlo, i nostri affetti per amarlo, le nostre azioni per servirlo (…). Così il positivismo diventa finalmente una vera religione, la sola religione completa e reale, destinata a prevalere su tutte le sistemazioni imperfette e provvisorie derivate dal teologismo iniziale (…). Divenuti così sacerdoti dell’Umanità, i nuovi filosofi devono ottenere un ascendente intellettuale e morale più esteso e meglio radicato del sacerdozio antico (…). Interamente votata allo studio, diretto o indiretto, dell’Umanità, la scienza assumerà ormai un carattere veramente sacro, come fondamento sistematico del culto universale. Soltanto essa potrà farci conoscere non soltanto la natura e la condizione del Grande essere, ma anche i suoi destini e le sue tendenze successive”

(A. Comte, Sistema di politica positiva. Discorso preliminare sull’insieme del positivismo, in Positivismo e società industriale, a cura di P. Rossi, Loescher, Torino 1973, vol. 1., pp. 215-216) 

Risposte nella prospettiva cattolica

Il positivismo è quella corrente di pensiero che assume come unico criterio valido della conoscenza umana il metodo scientifico. Tutto ciò che non è conoscibile “scientificamente” non ha alcun valore né fondamento. E’ chiaro che il concetto di scienza a cui fa riferimento Comte è quello elaborato da Galileo Galilei (1564-1642) nel XVII secolo. Una visione molto diversa da quella classica, dove la scienza aveva proprio il compito e il fine di conoscere le cause e principi primi della realtà. La scienza moderna esclude la possibilità di conoscere l’essenza e il “perché ultimo” delle cose e si limita alla semplice spiegazione del “come” i fenomeni si svolgono. Per Comte e per il positivismo bisogna abbandonare la pretesa di esporre le cause finali dei fenomeni osservati. Tutto questo contrasta, oltre che con la visione aristotelica classica della scienza intesa come “ricerca delle cause prime”, anche con la Sacra Scrittura. San Paolo rimprovera i pagani che, pur non avendo ricevuto la rivelazione di Dio, non hanno usato la ragione per riconoscere dalle realtà osservate la causa prima della loro perfezione. Scrive infatti nella Lettera ai Romani: “ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha loro manifestato. Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità; essi sono dunque inescusabili, perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa” (Rm 1, 19-21).   

Oltre a ridurre la conoscenza umana al solo metodo scientifico moderno, Comte riduce quindi il reale alla sua visibilità e osservabilità. Non c’è nulla “dietro” i fenomeni osservati. Solo ciò che è visibile è reale. La realtà è ridotta a quello che è possibile osservare. Comte crede di aver individuato la legge necessaria che regola il cammino dell’umanità e di ogni singolo uomo verso la presa di coscienza di questa riduzione al visibile: la legge dei tre stadi. La visione teologica e quella metafisica, cioè quelle che individuano una realtà invisibile come fondamento del reale e ricercano il “perché” delle cose, sono considerate come “infanzia” e “adolescenza” di ogni singolo uomo e dell’umanità in generale. Adulta è solo l’umanità che, abbandonata la chimera di una spiegazione ultima del reale, si limita a conoscere in modo “positivo” solo ciò che è osservabile. Rispetto al vis polemica illuminista verso la religione e la metafisica, basti pensare agli scritti di Voltaire (1694-1778), nel positivismo l’atteggiamento verso la religione è piuttosto caratterizzato da una sorta “superiorità adulta”. L’uomo religioso è infantile; più che combatterlo bisogna attendere il suo evolversi e il passaggio a uno stadio adulto e maturo. 

Nello “stadio positivo” l’uomo riconosce l’impossibilità di avere nozioni assolute sulla realtà. Per comprendere bene il significato di “positivo” nella filosofia di Comte è opportuno richiamare brevemente alcune accezioni che il termine assume nella sua riflessione. “Positivo” significa in primo luogo “reale”, contrapposto a “chimerico”, astratto o metafisico. Il termine indica in Comte anche “utile”, contrapposto a “ozioso”. Un sapere quindi pratico e non astratto. Può significare anche “preciso”, in contrasto con il sapere confuso e indistinto della filosofia classica. Ecco quindi che lo stadio positivo è per Comte l’unico degno di un’umanità adulta, finalmente libera dal falso conoscere del passato. E’ chiaro la visione positivista della realtà è in netto contrasto con la dottrina cattolica. Giovanni Paolo II lo denunciava chiaramente nell’enciclica Fides et ratio: “Nell’ambito della ricerca scientifica si è venuta imponendo una mentalità positivista che non soltanto si è allontanata da ogni riferimento alla visione cristiana del mondo, ma ha anche, e soprattutto, lasciato cadere ogni richiamo alla visione metafisica e morale” (n. 46). Nel positivismo infatti diventa impossibile quel faticoso erigersi del pensiero alle realtà assolute attraverso l’osservazione del mondo sensibile. Per la dottrina cattolica la ragione umana può conoscere con le sue solo forze l’esistenza di Dio. Basti pensare alle “cinque vie” di san Tommaso D’Aquino, rese di fatto impraticabili dal positivismo. Il Catechismo ribadisce invece che “la Chiesa insegna che il Dio unico e vero, nostro Creatore e Signore, può essere conosciuto con certezza attraverso le sue opere, grazie alla luce naturale della ragione umana” (CCC. n. 47). 

La filosofia di Comte approda infine a una vera e propria “religione dell’umanità”. Quest’ultimo tratto del suo pensiero può aiutare a far luce sull’iniziale rapporto tra Chiesa e scienza moderna. Il famoso “caso Galilei”, enfatizzato dalla propaganda illuminista come esempio di avversione della Chiesa al progresso, aveva a fondamento proprio il pericolo della trasformazione della scienza in una nuova religione. Galilei non portava prove a sostegno del suo appoggio alla teoria copernicana, essendo sbagliata quella delle “maree” da lui sostenuta. Per questo, proprio in fedeltà al metodo scientifico, gli veniva chiesto di presentare la teoria come un’ipotesi e non come una legge provata. Nella sua lungimiranza, la Chiesa aveva intuito il pericolo di trasformare lo scienziato in un sacerdote, a cui dover “credere” anche senza prove certe. Comte, con la sua teorizzazione della nuova religione positivista, ci mostra che la Chiesa, pur valorizzando l’autentico progresso scientifico, ne aveva però intuito per tempo anche le possibili derive idolatriche.   

Per saperne di più

A. Negri, Introduzione a Comte, ed. Laterza, Bari 2001

Il sito www.filosofico.net offre un’ampia trattazione del positivismo e di Comte

Per una panoramica critica del pensiero filosofico alla luce della dottrina cattolica, rimandiamo a “Il viaggio dei filosofi” del nostro sito

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