Così saranno i nostri corpi gloriosi

di Luigi Girlanda

Non solo la teologia, anche la ragione filosofica può dirci qualcosa su uno dei grandi temi dell’escatologia. È quello di cui era convinto Jean Guitton, che ci ha lasciato alcune intuizioni folgoranti

Filosofia e risurrezione della carne hanno avuto, fin dagli inizi del cristianesimo, un rapporto conflittuale. Il dialogo di san Paolo con i filosofi greci all’Areopago di Atene è emblematico. Dopo l’interesse iniziale dimostrato dai dotti della Grecia quando l’Apostolo parla della presenza di Dio nel quale “ci muoviamo ed esistiamo” e della ricapitolazione degli esseri in Gesù Cristo, il loro atteggiamento muta radicalmente di fronte all’annuncio della risurrezione della carne: “ti sentiremo su questo un’altra volta”, si lasciano sfuggire con malcelata ironia, interrompendo quel dialogo per sempre (cfr. At. 17,16-34).

Le domande in cerca di risposta

In effetti, se il pensiero filosofico si è alimentato e arricchito non poco dal confronto con molte delle verità della dottrina cattolica (la Trinità, l’unione ipostatica, la transustanziazione), destando l’interesse di pensatori metafisici come Cartesio, Leibniz ed Hegel, il concetto stesso di risurrezione della carne è sempre caduto nel “punto cieco” della retina pensante filosofica. A denunciare tutto questo è stato Jean Guitton, uno dei più importanti pensatori francesi del Novecento, che ha proposto in alcuni suoi scritti, meno conosciuti rispetto ai suoi capolavori sulla critica storica applicata ai Vangeli, proprio una riflessione filosofica sulla risurrezione. Può il concetto stesso di anastasis (questo il termine greco per indicare la risurrezione di Cristo) essere di aiuto alla riflessione filosofica sull’essere? C’è nel fatto storico della risurrezione di Cristo un indizio circa un nuovo statuto dell’essere, che il filosofo può indagare e collocare in una riflessione filosoficamente fondata sulla realtà in generale? Queste le domande avvincenti e coinvolgenti alle quali Guitton ha tentato di rispondere, aprendo delle prospettive inedite e, purtroppo, non ancora comprese nella loro valenza dirompente per l’ontologia, ovvero la riflessione filosofica sull’essere. Cerchiamo brevemente di ripercorrere il suo pensiero su questo tema affascinante.

Un salto preannunciato

Partiamo dal piano filosofico (ovvero il posto che il concetto stesso di risurrezione può avere nella concezione generale della natura, dell’essere e del divenire) per poi intrecciarlo col piano storico (la testimonianza evangelica sulla risurrezione di Cristo). Fino ad ora i filosofi hanno prestato molta attenzione al divenire, cioè all’evoluzione globale dell’essere intero, ma solo in un modo “orizzontale”, lineare, storico. A questo divenire, secondo Guitton, si sovrappone o, meglio, si accorda un divenire “verticale”, che sarebbe più giusto chiamare un “sopravvenire”, che riflette sull’essere non solo secondo le fasi e le tappe della sua “evoluzione”, ma anche secondo gli strati, le tappe e gli stadi del suo sviluppo intimo, delle sue “trasmutazioni ascendenti”. Con un po’ di pazienza e con qualche esempio si capisce bene cosa voglia dire Guitton. Pensiamo alla prima “trasmutazione ascendente” nell’uomo, quella che va dalla materia al pensiero o, per dirla con termini greci, dal soma alla psiche. Dalla materia, a un certo punto dell’evoluzione dell’essere, emerge il pensiero. L’uomo, che nella sua dimensione corporea appartiene al cosmo, diventa col suo pensiero ciò che “pensa” l’intero universo. L’universo non sa della propria esistenza se non nell’uomo. “Si può dire – scrive Guitton – che la percezione è una vittoria della parte sul tutto, poiché attraverso il mio pensiero io comprendo la totalità”. L’intero universo non percepisce se stesso. Il granello di sabbia che è l’uomo, col suo pensiero, comprende se stesso e l’intera spiaggia, ovvero l’universo. Lo comprende col pensiero, lo “avviluppa” ama dire Guitton, ma nel suo corpo è invece “avviluppato” dall’universo. Possiamo pensare tutto, con quella parte di noi che è il pensiero, ma siamo limitati, nell’azione e nelle operazioni che possiamo compiere, da quello stesso universo che invece avviluppiamo col pensiero. Sembra come se nello sviluppo stesso dell’essere sia annunciato una specie di “sopravvenire”, oggi inimmaginabile, ma comunque intuibile, di una futura condizione dell’uomo in cui il soma possa essere elevato alle potenzialità che oggi solo il pensiero (psiche) possiede. Un corpo spiritualizzato, non più dominato dall’universo ma capace di dominarlo. Dal soma (corpo) alla psiche (mente), dalla psiche al pneuma (spirito). Tutto questo può apparire incredibile, ma a un fantomatico spettatore esterno sarebbe apparso altrettanto incredibile anche che dalla materia potesse emergere il pensiero.

La dimensione ultima dell’essere

L’essere attende dunque un’ulteriore, definitiva “trasmutazione ascendente”? Secondo Guitton è proprio in questa prospettiva che si dovrebbe situare una riflessione filosofica sulla risurrezione: essa riparerebbe questa sproporzione attuale tra la conoscenza e l’azione. E qui possiamo vedere, come anticipavamo, l’intersecarsi del piano filosofico con quello storico. La risurrezione di Cristo è l’ingresso in questa dimensione ultima dell’essere? Se un essere umano (Gesù) è davvero già entrato in questa nuova sfera di vita, non possiamo che andare ad ascoltare la testimonianza di coloro che dicono di aver sperimentato e “toccato con mano” cosa significhi l’ingresso di un uomo in questa nuova sfera di vita. Per prima cosa bisogna liberare il campo da un equivoco. Il termine anastasis, che noi traduciamo con “risurrezione”, nulla ha a che vedere con quanto gli stessi evangelisti testimoniano di Lazzaro. Il termine usato è lo stesso, ma la realtà indicata è radicalmente differente. In Lazzaro non si trattò di vera e propria anastasis, quanto piuttosto di una “rianimazione”. Lazzaro fu riportato alla vita terrena. L’anastasis di Cristo è invece l’ingresso in questa nuova dimensione dell’essere. Una dimensione in cui il corpo è ormai trasfigurato, spiritualizzato e in grado di “avviluppare” il cosmo senza esserne “avviluppato”. Il corpo di Cristo risorto, stando alla testimonianza evangelica, è un corpo che sembra poter realizzare ciò che ora è proprio solo del pensiero. Non entra nelle stanze, ma si rende presente. Il corpo ormai trasfigurato di Cristo, come sarà per il corpo di ciascuno di noi dopo la risurrezione, è capace di avviluppare il cosmo senza esserne più avviluppato. Stando alla testimonianza evangelica il corpo di Gesù risorto è proprio il suo corpo, anche se trasfigurato, spiritualizzato, eternizzato. Pur essendo proprio il suo corpo è anche un corpo speciale che può non essere riconosciuto (come nel caso dei discepoli di Emmaus). Ebbene, anche in questo caso sembra un corpo fisico capace di compiere ciò che ora potremmo solo immaginare col pensiero.

Unicità che sarà conservata

Guitton riflette anche su come potrà essere possibile che il corpo risuscitato di ciascuno di noi sia proprio il nostro corpo, ma anche completamente trasformato e usa, per spiegare ciò, un’immagine bellissima. Ciascuno di noi ha un suo modo unico e irripetibile di “abitare” il corpo. Un po’ come la tromba d’aria che ha un suo modo unico di “turbinare” e di trasportare una materia terrestre che la rende visibile. Se al posto della nuda terra, la tromba d’aria trasportasse una sabbia di puro oro incorruttibile potrebbe darci un’idea della nostra condizione dopo la risurrezione della carne. Avremo un corpo trasfigurato, incorruttibile ed eterno, ma che “abiteremo” con quel nostro modo unico, personale e irripetibile. Piccoli tentativi di sondare il mistero, certo, ma Guitton ha avuto il merito di aver mostrato la luce che la risurrezione della carne può riverberare anche nel  pensiero filosofico contemporaneo.

da Il Timone (aprile 2022)
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